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La storia di Gerardo, pubblica assistenza Grottaminarda

Li chiamano interventi, ma credo che sia troppo superficiale. Per quanto mi riguarda si possono chiamare atti umani. Sono convinto che l’esperienza insegni, ma le prime armi sono le più traumatiche, infatti chi possiede “l’esperienza” giusta cerca di distogliere lo sguardo su tutto e tutti e si concentra su di te. Vede che sei in difficoltà, cerca di capirti, ti aiuta e noti che i gesti più banali e stupidi diventano opere d’arte che non sei in grado di raffigurare. Si perché tutto diventa complicato per te, che hai deciso all’ultimo di seguirli. 

Sono le undici passate, una telefonata ti allarma del fatto che in un centro per anziani qualcuno sta male, che il suo cuore sta per arrivare all’ultimo battito. Saliamo al secondo piano, il che significa “vecchi e fuori di testa”. Ad aspettarci ci sono infermieri specializzati, ma sei tu, tu insieme ai medici, i più scrutati, osservati, visti solo come un bambino può guardare il suo eroe preferito dal vivo. Tutti si fanno da parte, sei tu soccorritore che adesso hai le redini. Ovvio, tu scarichi tutto ai medici.
Ci accorgiamo che il paziente non è in grado di dire neanche il nome, il suo di nome. L’ossigeno fa il resto. Dalla cartella riesco a sbirciare un nome comune, semplicemente come il mio. Questo mi terrorizza ancor di più. Non so cosa avesse ma di certo il suo cuore era ancora vivo, invece il suo addome sembrava gonfiarsi come una mongolfiera. Senza consulto, così di primo colpo, pensai che quel poverino non andasse al bagno da un bel po’, infatti l’ostruzione risaliva per scorciatoie secondarie; l’odore ti risaliva con il semplice respirare.
Qualcosa però distolse lo sguardo facendomi dimenticare anche della fifa. Un secondo signore, un coinquilino del mio omonimo era su un lettino spoglio, vicino ad una finestra, raggomitolato in angolo del materasso su se stesso, a piedi nudi con un semplice pantalone di pigiama, le mani incrociate sulla testa come per proteggersi, ci dava le spalle, come se qualcosa lo terrorizzasse, forse eravamo noi. Forse il colore arancio delle nostre divise. Si era completamente isolato, era fuori da quella stanza come se non ci fosse mai stato, e mi piace pensare che l’abbia pensato. Non conoscevo nessuno, ne l’ambiente, ma quell’uomo avrei voluto toccarlo e dirgli: senti, noi siamo qui, io sono qui, e non c’è niente al mondo che mi possa far allontanare finché non mi dirai il tuo nome, come stai, cosa vuoi o magari abbracciarlo, non so. Avrei voluto tanto ma non l’ho fatto. Alcuni non l’hanno visto nemmeno.

Quell’uomo era un uomo ma gli mancava qualcosa, un qualcosa di naturale, la natura di cui ci riempiamo la bocca facendoci dimenticare noi stessi. La cosa che mi ha aggrovigliato per tutta la notte è stato sentirmi dire: “non toccare!”, “non toccare!” e tutto mi è stato più difficile, anche se volevamo occuparcene. La priorità era un’altra.
Abbiamo traghettato la nostra necessità in ospedale e siamo ritornati. Abbiamo parlato del più e del meno, come sempre, abbiamo riso su qualche battuta, ci siamo salutati e dati la buona notte. Per me però, in un angolo della mia testa, quella persona mi è rimasta. Tolta la maschera della divisa, di notte, da solo, ho pensato: bisogna restare umani! Bisogna toccare con mano

di Gerardo Lieto, pubblica assistenza Grottaminarda

 

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